mercoledì, 11 giugno 2008
fiocco funebreMorti bianche, tragedia in Sicilia
Sei operai morti in una vasca

fonte: Repubblica
postato da: ettoreariotti alle ore 18:09 | Permalink | commenti
categoria:politica, sindacato, lavoratori, morti sul lavoro thyssen krupp t
mercoledì, 11 giugno 2008
ricevo e pubblico

Ciao Giancarlo,
…vorremmo così ricordarti per un minuto
… Per la tua simpatia, per la tua serietà e per la tua disponibilità ad esserci  sempre vicino, sia nel lavoro che nel quotidiano.
In questo minuto ci piacerebbe, però, ricordare anche a noi tutti come lo stress sia un grave nemico da combattere in ogni modo, ma ancora più importante è stabilire dentro di noi quelle che sono le priorità della vita.
…E forse ci accorgeremmo che fra queste, il “lavoro” non può portar via tutta la nostra attenzione.

…Grazie ancora di essere stato fra noi.

 

                                                                              UILCA
                                                                                  Gruppo Unicredit
                                                                                   Segretario Regionale
                                                                                 Piemonte

postato da: ettoreariotti alle ore 17:28 | Permalink | commenti
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venerdì, 06 giugno 2008
Dopo il latte della mamma voglio solo quello Made in Italy

la nostra sfida più welfare e contrattazioni ad personamFederica Guidi, presidente dei Giovani di Confindustria
"La nostra sfida: più welfare e contrattazioni ad personam"

postato da: ettoreariotti alle ore 15:56 | Permalink | commenti
categoria:politica, lavoratori, what we are
mercoledì, 04 giugno 2008

lotta di classeIn Italia e negli altri Paesi industrializzati, gli ultimi 25 anni hanno visto la quota dei profitti sulla ricchezza nazionale salire a razzo, amputando quella dei salari, e arrivare a livelli impensabili (”insoliti”, preferiscono dire gli economisti).  Secondo un recente studio pubblicato dalla Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, nel 1983, all’apogeo della Prima Repubblica, la quota del PIL, intascata alla voce profitti, era pari al 23,12% Di converso, quella destinata ai lavoratori superava i tre quarti.  Più o meno, la stessa situazione del 1960, prima del “miracolo economico”. L’allargamento della fetta del capitale comincia subito dopo, nel 1985. Ma per il vero salto bisogna aspettare la metà degli anni ‘90: i profitti mangiano il 29% della torta nel 1994, oltre il 31% nel 1995. E la fetta dei padroni, grandi e piccoli, non si restringe più: raggiunge un massimo del 32,7% nel 2001 e, nel 2005 era al 31,34% del Pil, quasi un terzo. Ai lavoratori, quell’anno, è rimasto in tasca poco più del 68% della ricchezza nazionale. Otto punti in meno, rispetto al 76% di vent’anni prima. Una cifra enorme, uno scivolamento tettonico. Per capirci, l’8% del Pil di oggi è uguale a 120 miliardi di euro. Se i rapporti di forza fra capitale e lavoro fossero ancora quelli di vent’anni fa, quei soldi sarebbero nelle tasche dei lavoratori, invece che dei capitalisti. Per i 23 milioni di lavoratori italiani, vorrebbero dire 5 mila 200 euro, in più, in media, all’anno, se consideriamo anche gli autonomiprofessionisti, commercianti, artigiani) che, in realtà, stanno un po’ di qui, un po’ di là. Se consideriamo solo i 17 milioni di dipendenti, vuol dire 7 mila euro tonde in più, in busta paga. Altro che il taglio delle aliquote Irpef. Dice Olivier Blanchard, economista al Mit, che i lavoratori hanno, di fatto, perduto quanto avevano guadagnato nel dopoguerra. Sono i capitalisti dei paesi sviluppati che fanno profitti record. Il meccanismo, avvertono dal Fmi, è tutt’altro che esaurito e, probabilmente, continuerà ad allargare il divario fra profitti e salari in Occidente. La crescita dei profitti, sottolinea lo studio della Bri, “non è stato un passaggio necessario per finanziare investimenti extra”. Anzi “gli investimenti sono stati, negli ultimi anni, relativamente scarsi, rispetto ai profitti, in parecchi paesi”. In altre parole “l’aumento della quota dei profitti non è stata la ricompensa per un deprezzamento accelerato del capitale, ma una pura redistribuzione di rendite economiche”. La lotta di classe, appunto.

Basterebbe leggere questi stralci da un articolo di Repubblica [3/5/08] per capire che la democrazia rappresentativa non tiene più. E’ rimasta solo il pretesto per delegare il potere a pochi governanti che, nel nostro paese, stanno oscillando fra l’accoglimento dell’ideologia unica neoliberista, la sinistra, e il perseguimento dei comportamenti collusivi ed inefficienti, la destra. L’unica politica economica possibile in Italia consiste nel controllo dei conti pubblici. Politica economica riuscita con successo durante il governo di sinistra e non solo inefficace ma addirittura controproducente durante il governo di destra, grafici alla mano.

A questo punto ha più senso utile esporre alcune analisi in termini semplici. Il PIL può essere riletto sia dal lato dell’offerta che della domanda. I risultati nel lungo periodo coincidono ma il lato offerta è più semplice da interpretare. Le componenti posso essere attribuite alle imprese e ai lavoratori. Il progresso tecnico e l’accumulazione di capitale sono attribuibili all’impresa mentre l’occupazione e l’orario di lavoro posso farsi risalire al contributo dei lavoratori. Ovviamente sempre in termini sistemici. Confrontando i dati, fonte commissione europea, fra USA ed EMU, le imprese europee sono a debito mentre i lavoratori europei sono a credito. Poiché, contro intuitivamente, i profitti d’impresa in Europa sono superiori ai profitti d’impresa negli USA, è chiaro che si è verificato un trasferimento di reddito.  Le imprese hanno accumulato profitti nonostante il contributo negativo, in termini comparativi, a svantaggio dei lavorati il cui apporto al PIL è stato, al contrario, positivo.Il trasferimento di reddito è stato recentemente ratificato da due istituzioni tipicamente neoliberiste: Bank of International Setttlement e Interational Monetary Fund (quindi World Bank). I lavoratori dipendenti trasferiscono ogni anno fra i 5000 e i 7000 euro ai percettori di profitti che, fonte ISAE, sono un sotto insieme del 10% delle famiglie che detengono il 47% del reddito.  Fin qui dovrebbe essere semplice. Ovviamente questo trasferimento ingiustificato dalla classe più povera o media, alla classe più ricca, dovrebbe essere ricondotto, per equità, ai legittimi produttori di reddito: i lavoratori dipendenti.

Con la detassazione degli straordinari, in pratica, si afferma: il reddito impropriamente ed ingiustificatamente trasferito dai lavoratori ai percettori di profitto e rendita non sarà restituito o almeno riequilibrato in futuro ma per ottenerne una parte il lavoratore puo’ lavorare di più. Grazie.

In sintesi, rispetto a 10 anni fa, è necessario lavorare di più per ottenere un egual reddito in termini reali tenendo conto che l’inflazione, negli ultimi 10 anni è ai minimi. In tal modo gli imprenditori potranno surrettiziamente sfruttare la flessibilità unidirezionale ed evitare ulteriori assunzioni sia a tempo determinato che indeterminato. Un’estensione della legge 30 schiavitù biagi/maroni. Ecco perché è corretto ed etico che gli straordinari siano sottoposti a tassazione. Poiché la classe politica è votata principalmente dai lavoratori dipendenti ma propone leggi che degradano la classe che li ha votati a favore degli imprenditori e dei percettori di rendite, la minoranza degli aventi diritto al voto, è chiaro che il disequilibrio fra voto raccolto e interesse rappresentato è ormai monumentale. In termini di rappresentatività, i 100 criminali candidati ed i 70 eletti, rappresentano la classe dei delinquenti, e quindi non possono tutelare "adeguatamente" gli interessi dei lavoratori dipendenti che li hanno votati. I restanti rappresentanti sembrano rappresentare, paradossalmente, altro.

fonte http://www.esserevento.it/?p=156

postato da: ettoreariotti alle ore 17:38 | Permalink | commenti
categoria:politica, sindacato, lavoratori, what we are
martedì, 03 giugno 2008
L'editoriale di Antimafia: Baciamo le mani

di Giorgio Bongiovanni - 16 maggio 2008

Eccoci qui con il nostro governo nuovo di zecca. Ha stravinto il Partito delle libertà di Berlusconi con l’apporto fondamentale della Lega Nord, il Partito Democratico di Veltroni ha subito una pesante sconfitta e i partiti di estremità sia a destra che a sinistra sono scomparsi dal parlamento.

E’ il volto della nuova Italia bipolare nella quale, come già ci hanno dimostrato, si va d’accordissimo, c’è pace e dialogo perché il paese ha bisogno di stabilità e non c’è tempo da perdere.

E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.

Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del senato Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.

La stessa identica informazione è stata pubblicata nel libro di Peter Gomez e Lirio Abbate I complici giustamente osannato e da tutti citato perché uno dei suoi autori, Abbate, è stato minacciato da Cosa Nostra. Il problema è che siccome in Italia si legge pochissimo, nonostante l’ottimo lavoro dei due colleghi in questione e di molti altri, un certo tipo di informazione non arriva al grande pubblico e non ci deve arrivare. La televisione serve per ipnotizzare, indurre a diventare consumatori compulsivi, ad anestetizzarci dalla reale condizione del mondo e se per caso una notizia irrompe sugli schermi interrompendo il ronzio ipnotico si scatena il putiferio.

E non tanto nel merito della questione, se quanto ha detto Travaglio sia vero o no, ma per il semplice fatto che episodi del genere non devono accadere.

E quindi via al valzer di scandalizzati, indignati, e offesi che chiedono a gran voce la gogna che arriva puntuale con l’aut-aut intimidatorio al giornalista che deve decidere bene cosa dire nelle sue prossime uscite in tv. “Il destino di Marco Travaglio è nelle sue mani”, ha detto il presidente Cappon al Cda della Rai, “alla prima nuova violazione il suo contratto sarà rescisso”.

Dare del lombrico o della muffa al presidente del Senato non sarà elegante, ma viene da ridere che questo gridolino da educande provenga da politici che hanno dato spettacolo della loro alta classe pestandosi in mondovisione, festeggiando la caduta di un governo con la mortadella o inneggiando all’imbracciamento dei fucili, per non elencare tutte le nefandezze che qualificano la nostra classe politica. A partire dalla molto commendevole presenza alla Camera e al Senato di 17 condannati definitivi più altri personaggi condannati in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa come il senatore Dell’Utri e per favoreggiamento personale a singoli mafiosi come il senatore Cuffaro.

Poi tanto per dar dimostrazione dei metodi che verranno usati contro chiunque osi esprimere il suo pensiero parte il lavoretto sporco che sa tanto di quei servizi di cui Giuseppe D’Avanzo, autorevole penna de La Repubblica, è esperto. Per cui, con notizie raffazzonate e imprecise, cerca di gettar fango su Travaglio adducendo similitudini impossibili che sono francamente un insulto all’intelligenza. Citando tra l’altro come fonte l’avvocato di un recente condannato in primo grado a 14 anni per associazione mafiosa come Michele Aiello che, giustamente, sulla scia dei politici e dei potenti di turno ha subito dichiarato di volersi iscrivere alle associazioni antiracket perché è una vittima della mafia.

Siccome noi non siamo ancora rassegnati, non riteniamo che gli italiani siano del tutto rimbecilliti, nonostante gli sforzi, abbiamo deciso di ricostruire i fatti che riguardano il presidente del Senato Schifani, così li potranno paragonare a quelli che D’Avanzo ha spiattellato su Repubblica a proposito di Travaglio e farsi un’idea. Potranno decidere se sia più grave per un’alta carica dello Stato aver trattato affari con mafiosi, o per un giornalista in vacanza aver chiesto di un cuscino, seppur ad un deprecabile servo infedele dello Stato come Pippo Ciuro. Del resto anche Falcone e Borsellino hanno avuto i loro traditori. Confidiamo che gli italiani ancora sappiano distinguere.

postato da: ettoreariotti alle ore 12:10 | Permalink | commenti
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